Giotto a Imola: Presentazione
Non capita tutti i giorni di poter visionare comodamente nella propria città opere che ci rendono famosi in tutto il mondo. E’ il caso della mostra su “Il Vangelo secondo Giotto: la cappella degli Scrovegni” a cura di Roberto Filippetti organizzata in occasione della XXII edizione del Meeting, e che dal 26 novembre all’8 gennaio 2006 avrà sede a Imola presso l’Oratorio di San Macario, piazza Mirri 2, voluta dall’ufficio per le iniziative culturali della diocesi di Imola in collaborazione con Alecrim.
Si tratta di una esposizione didattica composta da pannelli, che riproducono interamente in scala ridotta 1:4 la Cappella degli Scrovegni. L’eccezionalità dell’evento consiste proprio nel poter visionare le riproduzioni degli affreschi padovani, cercando di carpire particolari e sfumature impossibili da cogliere dal vero poiché condizionati da un tempo di visita estremamente limitato. Inoltre l’intento di mostre didattiche come questa è quello di suscitare nel visitatore il desiderio di vedere “dal vivo” l’originale, ma con una maggiore consapevolezza.
Tra tutte le opere di Giotto, gli affreschi che decorano la navata della Cappella dell’Arena a Padova possono essere considerati il capolavoro della maturità dell’artista dove egli con assoluta padronanza dei mezzi espressivi riesce a dare vita a una delle pagine più alte del suo poema pittorico.
Costruita tra il 1302 - 1303 la Cappella degli Scrovegni fu consacrata solo nel 1305. In questo lasso di tempo generalmente si suole collocare l’attività dell’illustre fiorentino. La decorazione si articola su tre registri dove vengono rappresentate le Storie della vita di Maria, di Cristo, i Vizi e le Virtù. La sequenza narrativa degli affreschi ha inizio nel registro superiore della parete destra, a partire dalla zona absidale per proseguire poi sulla parete sinistra muovendo dalla controfacciata verso l’abside, sempre dall’alto verso il basso. Si tratta di una narrazione episodica, quasi una sorta di Biblia Pauperum, in cui l’autore rivela la conoscenza oltre che degli affreschi assisiati precedenti il ciclo francescano, anche dei mosaici del Battistero di Firenze dove non è da escludere nemmeno una sua partecipazione diretta.
L’adeguamento dei riquadri pittorici agli andamenti architettonici si evidenzia soprattutto nell’ultimo ordine di pannelli collocati alla base della curvatura della volta a botte e pertanto inclinati verso l’osservatore per essere più visibili e leggibili.
Commissionato dal nobile patavino Enrico Scrovegni, il complesso monumentale può essere letto nella sua totalità come un atto di espiazione e riparazione per il peccato di usura di cui si erano macchiati sia lo stesso Enrico che il padre Reginaldo. Ne sarebbe prova il gruppo di figure rappresentate nella zona inferiore del Giudizio Universale raffigurante la restituzione da parte dello Scrovegni dei beni illecitamente lucrati attraverso la pratica dell’usura.
Diversamente rispetto al precedente ciclo assiasiate, ascrivibile agli ultimi anni del Duecento, la presenza di aiuti nell’esperienza padovana è più contenuta e soprattutto limitata all’esecuzione materiale delle idee del maestro. Assoluta è infatti l’omogeneità compositiva degli affreschi come pure la coerenza del pensiero spaziale e del progetto pittorico anche quando l’esecuzione poteva essere affidata a personalità diverse da quella del maestro.
La visione spaziale che Giotto mette a punto nella progettazione degli spazi assisiati risente di una prospettiva empirica, intuitiva, ben diversa dalla rigorosa visione prospettica padovana dove la rappresentazione dei due Coretti dipinti ai lati dell’abside è posta dialetticamente in rapporto con lo spazio reale dell’edificio.
La grande innovazione giottesca consiste nella riscoperta della tridimensionalità delle immagini colte sempre nella loro accezione plastica e monumentale non attraverso il chiaroscuro, ma tramite variazioni cromatiche. I volti riprodotti secondo diverse angolazioni sono caratterizzati da una forte tensione interiore che traspare soprattutto attraverso lo sguardo mentre il paesaggio entro cui si muovono i personaggi non è una mera quinta architettonica, ma uno spazio concreto e credibile.
Giovanni Bellettini - Francesca Grandi
Il Nuovo Diario Messaggero
26 novembre 2005